giovedì 8 giugno 2017

La Pentecoste nella tradizione bizantina 

Lo Spirito
che ha reso teologi i pescatori

di Manuel Nin


La solennità della Pentecoste ci porta a vivere nuovamente il dono gratuito dello Spirito Santo, la nascita della Chiesa e quella della nostra vita in Cristo. Una delle opere di Nicola Cabasilas, teologo bizantino del XIV secolo, s'intitola appunto La vita in Cristo e non è altro che un commento dei sacramenti dell'iniziazione cristiana - battesimo, cresima ed eucaristia - e della consacrazione dell'altare, applicati alla vita del credente; per ogni cristiano, la vita in Cristo, dono dello Spirito, ci viene data per mezzo dei sacramenti.
In tutte le liturgie orientali si sottolinea, per ognuno dei sacramenti, il ruolo dello Spirito Santo e quindi l'importanza dell'epiclesi, cioè della sua invocazione in vista della consacrazione del pane e del vino e della santificazione dell'acqua e dell'olio. Ogni ora di preghiera, poi, nella tradizione bizantina, inizia con un'invocazione dello Spirito che è sempre "presente, e ovunque".
La Pentecoste si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, ed è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Ne parlano Tertulliano e Origene nel III secolo come festa annuale, e nel IV secolo essa fa parte del patrimonio teologico e liturgico delle diverse Chiese: Egeria ne indica la celebrazione a Gerusalemme, abbiamo poi testi dei Padri Cappadoci e di altri autori cristiani e, nel VI secolo, diversi kontàkia di Romano il Melode.
L'ufficiatura propone ripetutamente il tema del rinnovamento, del cambiamento operato nel cuore degli uomini: "Lo Spirito santo fa scaturire le profezie, ordina i sacerdoti, ha insegnato la sapienza agli illetterati, ha reso teologi i pescatori, tiene saldo tutto l'armonico ordinamento della Chiesa".
Nel vespro troviamo diverse confessioni trinitarie: la Pentecoste, infatti, è una teofania soprattutto trinitaria e mai la contemplazione di una delle Persone della Santa Trinità può dimenticare il mistero che in essa si cela: "Santo Dio, che tutto hai creato mediante il Figlio, con la sinergia del santo Spirito; Santo forte, per il quale abbiamo conosciuto il Padre e per il quale lo Spirito Santo è venuto nel mondo; Santo immortale, o Spirito Paraclito, che dal Padre procedi e nel Figlio riposi. Trinità Santa, gloria a te". E ancora: "Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l'indivisibile Trinità".
Il dono dello Spirito che rinnova i discepoli, che rinnova tutta la Chiesa, viene sottolineato anche dal tropario proprio della festa: "Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito Santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l'universo. Amico degli uomini, gloria a te".
Nella liturgia del giorno risplendono le tre grandi preghiere delle genuflessioni fatte al vespro della domenica, spesso celebrato senza soluzione di continuità alla fine della Divina Liturgia. Si tratta di tre preghiere che hanno quasi la forma di prefazi liturgici dove si evoca il mistero di Dio e tutto quello che Lui ha fatto per la redenzione dell'uomo: "Signore immacolato, incorruttibile, infinito, invisibile, inaccessibile, inesprimibile, immutabile, incommensurabile, immortale, Dio Padre del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, prese carne dallo Spirito dalla Vergine Maria, dà al tuo popolo la pienezza del tuo amore, santificaci per la potenza della tua mano". Queste preghiere vengono recitate in ginocchio non tanto per un carattere penitenziale, bensì per indicare il momento dell'invocazione e dell'accoglienza dello Spirito Santo.
La celebrazione della Pentecoste come teofania trinitaria sottolinea che il dono dello Spirito oggi alla Chiesa e a ogni cristiano è un dono a tutto il popolo di Dio; gli Atti degli apostoli (2, 4) dicono che tutti erano ripieni di Spirito Santo, e infatti tutti i battezzati diventiamo pneumatofori, cioè portatori dello Spirito. Il dono dello Spirito è un dono di unità; gli Atti degli apostoli enfatizzano l'unità tra i credenti, la Pentecoste è vista come la controparte della torre di Babele perché lo Spirito Santo porta unità e ci fa capaci di parlare a una sola voce. Il dono dello Spirito è anche un dono di diversità: le lingue di fuoco scesero sopra ognuno dei presenti; la Pentecoste infatti non abolisce la diversità ma fa sì che questa diversità - e cioè questo essere noi stessi, come siamo, e con le nostre particolarità - cessi di essere motivo di separazione.
Infine, l'icona della Pentecoste. È un'icona liturgica: gli apostoli sono radunati come nella celebrazione della liturgia, attorno al trono vuoto, preparato per Cristo. La presenza di Pietro e Paolo indica la presenza di tutta la Chiesa radunata dallo Spirito. Essa nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli, in un contesto da cui dovrebbe scaturire anche la comunione per tutta la Chiesa, per tutto il mondo.



(© L'Osservatore Romano 31 maggio 2009)

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2009/documents/124q01b1.html

sabato 15 aprile 2017

Omelia Pasquale di San Giovanni Crisostomo

Se uno è pio e amico di Dio, goda di questa solennità bella e luminosa. Il servo d'animo buono entri gioioso nella gioia del suo Signore. Chi ha faticato nel digiuno, goda ora il suo denaro. Chi ha lavorato sin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario. Se uno è arrivato dopo la terza ora, celebri grato la festa. Se uno è giunto dopo la sesta ora, non dubiti perché non ne avrà alcun danno. Se uno ha tardato sino all'ora nona, si avvicini senza esitare. Se uno è arrivato solo all'undicesima ora, non tema per la sua lentezza: perché il Sovrano è generoso e accoglie l'ultimo come il primo. Egli concede il riposo a quello dell'undicesima ora, come a chi ha lavorato sin dalla prima. Dell'ultimo ha misericordia, e onora il primo. Dà all'uno e si mostra benevolo con l'altro. Accoglie le opere e gradisce la volontà. Onora l'azione e loda l'intenzione.
Entrate dunque tutti nella gioia del nostro Signore: primi e secondi, godete la mercede. Ricchi e poveri, danzate in coro insieme. Continenti e indolenti, onorate questo giorno. Quanti avete digiunato e quanti non l'avete fatto, oggi siate lieti. La mensa è ricolma, deliziatevene tutti. Il vitello è abbondante, nessuno se ne vada con la fame. Tutti godete il banchetto della fede. Tutti godete la ricchezza della bontà. Nessuno lamenti la propria miseria, perché è apparso il nostro comune regno. Nessuno pianga le proprie colpe, perché il perdono è sorto dalla tomba. Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati.
Stretto da essa, egli l'ha spenta. Ha spogliato l'ade, colui che nell'ade è disceso. Lo ha amareggiato, dopo che quello aveva gustato la sua carne. Isaia lo aveva previsto e aveva gridato: L'ade è stato amareggiato, incontrandoti nelle profondità. Amareggiato, perché distrutto. Amareggiato, perché giocato. Amareggiato, perché ucciso. Amareggiato, perché annientato. Amareggiato, perché incatenato. Aveva preso un corpo, e si è trovato davanti Dio. Aveva preso terra e ha incontrato il cielo. Aveva preso ciò che vedeva, ed è caduto per quel che non vedeva. Dov'è, o morte il tuo pungiglione? Dov'è, o ade, la tua vittoria? È risorto il Cristo, e tu sei stato precipitato. È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti. È risorto il Cristo, e gioiscono gli angeli. È risorto il Cristo, e regna la vita. È risorto il Cristo, e non c'è più nessun morto nei sepolcri. Perché il Cristo risorto dai morti è divenuto primizia dei dormienti. A lui la gloria e il potere per i secoli dei secoli. Amen.


Κατηχητικός Λόγος, Αγίου Ιωάννου του Χρυσοστόμου

Εἴ τις εὐσεβής καί φιλόθεος, ἀπολαυέτω τῆς καλῆς ταύτης καί λαμπρᾶς πανηγύρεως. Εἴ τις δοῦλος εὐγνώμων, εἰσελθέτω χαίρων εἰς τήν χαράν τοῦ Κυρίου αὐτοῦ. Εἴ τις ἔκαμε νηστεύων, ἀπολαυέτω νῦν τό δηνάριον. Εἴ τις ἀπό τῆς πρώτης ὥρας εἰργάσατο, δεχέσθω σήμερον τό δίκαιον ὄφλημα. Εἴ τις μετά τήν τρίτην ἧλθεν, εὐχαρίστως ἑορτασάτω. Εἴ τις μετά τήν ἕκτην ἔφθασε, μηδέν ἀμφιβαλλέτω· καί γάρ οὐδέν ζημιοῦται. Εἰ τις ὑστέρησεν εἰς τήν ἐνάτην, προσελθέτω μηδέν ἐνδοιάζων. Εἴ τις εἰς μόνην ἔφθασε τήν ἐνδεκάτην, μή φοβηθῆ τήν βραδύτητα· φιλότιμος γάρ ὤν ὁ Δεσπότης, δέχεται τόν ἔσχατον, καθάπερ καί τόν πρῶτον. Ἀναπαύει τόν τῆς ἑνδεκάτης, ὡς τόν ἐργασάμενον ἀπό τῆς πρώτης. Καί τόν ὕστερον ἐλεεῖ καί τόν πρῶτον θεραπεύει. Κἀκείνω δίδωσι καί τούτω χαρίζεται. Καί τά ἔργα δέχεται καί τήν γνώμην ἀσπάζεται. Καί τήν πρᾶξιν τιμᾶ καί τήν πρόθεσιν ἐπαινεῖ. Οὐκοῦν εἰσέλθετε πάντες εἰς τήν χαράν τοῦ Κυρίου ἡμῶν· καί πρῶτοι καί δεύτεροι, τόν μισθόν ἀπολαύετε. Πλούσιοι κάι πένητες, μετ’ ἀλλήλων χορεύσατε. Ἐγκρατεῖς καί ράθυμοι, τήν ἡμέραν τιμήσατε. Νηστεύσαντες καί μή νηστεύσαντες, εὐφράνθητε σήμερον. Ἡ τράπεζα γέμει, τρυφήσατε πάντες. Ὁ μόσχος πολύς, μηδείς ἐξέλθη πεινῶν. Πάντες ἀπολαύετε τοῦ συμποσίου τῆς πίστεως. Πάντες ἀπολαύσατε τοῦ πλούτου τῆς χρηστότητος. Μηδείς θρηνείτω πενίαν· ἐφάνη γάρ ἡ κοινή βασιλεία. Μηδείς ὀδυρέσθω πταίσματα· συγγνώμη γάρ ἐκ τοῦ τάφου ἀνέτειλε. Μηδείς φοβείσθω θάνατον· ἠλευθέρωσε γάρ ἡμᾶς ὁ τοῦ Σωτῆρος θάνατος. Ἔσβεσεν αὐτόν ὑπ’ αὐτοῦ κατεχόμενος. Ἐσκύλευσε τόν Ἅδην ὁ κατελθών εἰς τόν Ἅδην. Ἐπίκρανεν αὐτόν γευσάμενον τῆς σαρκός αὐτοῦ· καί τοῦτο προλαβών Ἡσαΐας ἐβόησεν· Ὁ Ἅδης, φησίν, ἐπικράνθη, συναντήσας σοι κάτω. Ἐπικράνθη, καί γάρ κατηργήθη. Ἐπικράνθη, καί γάρ ἐνεπαίχθη. Ἐπικράνθη, καί γάρ ἐνεκρώθη. Ἐπικράνθη, καί γάρ καθηρέθη. Ἐπικράνθη, καί γάρ ἐδεσμεύθη. Ἔλαβε σῶμα καί Θεῶ περιέτυχεν· ἔλαβεν γῆν καί συνήντησεν οὐρανῶ. Ἐλαβεν ὅπερ ἔβλεπε καί πέπτωκεν, ὁθεν οὐκ ἔβλεπε. Ποῦ σου, θάνατε, τό κέντρον; Πού σου, Ἅδη, τό νίκος; Ἀνέστη Χριστός, καί σύ καταβέβλησαι. Ἀνέστη Χριστός, καί πεπτώκασι δαίμονες. Ἀνέστη Χριστός, καί χαίρουσιν Ἄγγελοι. Ἀνέστη Χριστός, καί ζωήν πολιτεύεται. Ἀνέστη Χριστός, καί νεκρός οὐδείς ἐπί μνήματος. Χριστός γάρ ἐγερθείς ἐκ νεκρῶν ἀπαρχή τῶν κεκοιμημένων ἐγένετο. Αὐτῶ ἡ δόξα καί τό κράτος εἰς τούς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.



La comunità del Pontificio Collegio Greco augura a tutti voi una Santa Pasqua nella gioia del nostro Redentore Risorto!  Χριστός Ανέστη Αληθώς Ανέστη!!!




Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν, θανάτω θάνατον πατήσας, καὶ τοὶς ἐν τοῖς μνήμασι, ζωὴν χαρισάμενος.

Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte, a coloro che giacevano nei sepolcri ha ridato la vita.

lunedì 10 aprile 2017




GROTTAFERRATA (attualità) - La città ritrova uno dei suoi punti di attrazione

Oggi è stata una giornata importante, per Grottaferrata. Il Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, ha riaperto al pubblico il Museo dell'Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata. Chiuso da circa 15 anni, sarà da questo momento visibile ogni sabato e ogni domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

Ospitato fin dal 1894 nei locali al piano terreno del quattrocentesco palazzo del Commendatario dell'Abbazia, il Museo raccoglie, nel suo nuovo allestimento, oltre alla collezione archeologica riunita nel corso dei secoli dai monaci basiliani, eccezionali testimonianze artistiche che rappresentano la vita del monastero fin dalla sua fondazione, risalente agli inizi dell'anno Mille.

Dichiarata Monumento Nazionale con Regio Decreto del febbraio 1874, l'Abbazia, diretta da Paolo Castellani, fa parte del circuito dei monumenti del Polo Museale del Lazio fin dalla sua istituzione nel 2015. Per questo fine settimana (8 e 9 aprile) e per quello di Pasqua (15 e 16) l'ingresso sarà gratuito. A partire dai successivi - riferisce il Polo Museale dal suo sito - il costo del biglietto sarà di 3€ (ridotto 1,50€). Nelle giornate di apertura, il pubblico potrà partecipare alle 10.15 ad una visita guidata gratuita. Appuntamenti sul posto.

Grazie ad una convenzione firmata proprio con il Polo Museale, sarà il Gruppo Archeologico "Bruno Martellotta", ad occuparsi delle visite. "Si tratta - come spiegato oggi da una comunicazione dell'associazione di volontari presieduta da Lorenzo Bongirolami - del riconoscimento pubblico operato dallo Stato, proprietario del bene, di una attività pluridecennale ispirata ai principi del suo fondatore “Bruno Martellotta”, che tanto si è speso per realizzare i medesimi obiettivi".

Qualche polemica si è registrata in città e sui social per l'insufficienza di informazioni precedenti che avrebbero potuto fare di questa mattinata un momento più partecipato, tuttavia è già un risultato aver riaperto le porte di una delle più importanti, se valorizzata a dovere, aree di attrazione turistica della cittadina. Un tesoro - nel senso letterale della parola - finalmente ritrovato e ora da rilanciare e conservare per i prossimi anni.


sabato 8 aprile 2017


IL SABATO DI LAZZARO

APOLITIKION (tono I)
Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.
KONDAKION
La gioia di tutti, il Cristo, verità, luce e vita e risurrezione del mondo è apparso per la sua bontà agli abitanti della terra ed è divenuto prototipo della risurrezione, offrendo a tutti il divino perdono.



La sesta e ultima settimana di Quaresima si chiama “Settimana delle Palme”. Nei sei giorni che precedono il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme, la liturgia della Chiesa ci fa seguire il Cristo a cominciare dal suo primo annuncio della morte del suo amico e dall’inizio del suo viaggio a Betania ed a Gerusalemme. Il tema ed il tono di questa settimana sono annunciati al vespro della domenica precedente: “Cominciando con zelo la sesta settimana di Quaresima, offriremo al Signore inni, annunciando la festa delle palme, a lui che viene con gloria e potenza divina a Gerusalemme per mettere a morte la morte...”.
    Il centro dell’attenzione è Lazzaro, la sua malattia, la sua morte ed il dolore dei suoi congiunti e la reazione del Cristo a tutto ciò. Così al lunedì leggiamo: “Oggi la malattia di Lazzaro appare al Cristo mentre egli cammina sull’altra riva del Giordano...”. Al martedì udiamo le parole: “Ieri ed oggi Lazzaro è malato...”. Al mercoledì si legge: “Oggi Lazzaro morto è portato alla sepoltura ed i suoi congiunti piangono...”. Al giovedì: “Due giorni or sono Lazzaro è morto...”. Infine al venerdì: “Domani il Cristo viene a sollevare il fratello morto (di Marta e Maria)...”.
    Tutta la settimana passa così nella contemplazione spirituale del prossimo incontro tra Cristo e la morte, dapprima nella persona del suo amico Lazzaro, poi nella morte del Cristo stesso. È l’avvicinarsi di quell’ora del Cristo di cui egli stesso ha parlato e verso la quale era rivolto tutto il suo ministero terreno. Dobbiamo dunque chiederci: Qual è il posto ed il significato di questa contemplazione nella liturgia quaresimale? In che rapporto sta con il nostro sforzo quaresimale? Queste domande ne presuppongono un’altra nella quale dobbiamo brevemente trattenerci. Nella commemorazione degli avvenimenti della vita del Cristo, la Chiesa molto spesso, se non sempre, trasferisce il passato nel presente. Così nel giorno del Natale cantiamo: “Oggi la Vergine dà alla luce...”; il Venerdì Santo: “Oggi sta davanti a Pilato...”; nella Domenica delle Palme: “Oggi egli viene a Gerusalemme...”. Da qui la domanda: qual è il significato di tale trasposizione, il senso di questo “oggi” liturgico? La stragrande maggioranza di coloro che frequentano la chiesa probabilmente l’interpreta come una metafora retorica, come una “figura poetica”. Il nostro moderno accostamento al culto è o razionale o sentimentale.
    L’accostamento razionale consiste nel ridurre la celebrazione liturgica a “idee”. Esso ha le radici nella teologia “occidentalizzante” che s’è sviluppata nell’Oriente ortodosso dopo il tramonto dell’età patristica, per la quale la liturgia è, nel migliore dei casi, materiale rozzo per ordinate definizioni e proposizioni intellettuali. Quello che nel culto non può essere ridotto ad una verità intellettuale è etichettato come “poesia”, cioè come qualcosa da non prendersi troppo seriamente. E poiché è ovvio che gli avvenimenti commemorati dalla Chiesa appartengono al passato, all’oggi liturgico non viene attribuito alcun significato serio. Per quanto concerne l’accostamento sentimentale, esso è il risultato di una pietà individualistica e concentrata nell’io, che è in molti casi la sostituzione della teologia intellettuale. Per questo genere di pietà il culto è soprattutto un’utile cornice per la preghiera personale, uno sfondo ispiratore il cui fine consiste nel “riscaldare” il nostro cuore e dirigerlo verso Dio. Il contenuto ed il significato degli uffici liturgici, dei testi sacri, dei riti e delle azioni sono in questo caso di secondaria importanza, essi sono utili ed adeguati finché mi fanno pregare! Ed in tal modo l’oggi liturgico si dissolve come se fossero tutti gli altri testi liturgici una specie di “preghiera” indifferentemente devozionale ed ispirata.
    A causa della lunga consuetudine della nostra mentalità ecclesiastica con questi due modi di accostarsi all’ufficio liturgico oggi è molto difficile dimostrare che la reale liturgia della Chiesa non può essere ridotta né a “idee” né ad una “preghiera”; non si possono celebrare idee! Per quanto riguarda la preghiera personale, non è detto nell’Evangelo che quando desideriamo pregare dobbiamo chiuderci nella nostra camera ed entrare lì in comunione personale con Dio? (cfr. Matteo 6, 6). Il concetto di celebrazione implica un avvenimento e la reazione sociale o di ciascun membro ad esso. Una celebrazione è possibile solo quando la gente si raduna insieme e, trascendendo la separazione naturale e l’isolamento reciproco, reagisce insieme come un corpo, come fa una persona di fronte ad un avvenimento (per esempio l’arrivo della primavera, un matrimonio, un funerale, una vittoria, ecc...). Ed il miracolo naturale di ogni celebrazione consiste precisamente nel fatto che essa trascende, sia pur per un tempo determinato, il livello delle idee e quello dell’individualismo. Nella celebrazione si perde davvero se stessi e si trovano gli altri, in un’unica via. Ma qual è il significato dell’Oggi liturgico con cui la Chiesa inaugura tutte le sue celebrazioni? In che senso sono passati gli eventi celebrati Oggi?
    Si può dire, senza paura di esagerazione, che tutta la vita della Chiesa è una continua commemorazione e memoria. Alla fine di ogni ufficio divino ci ricordiamo i nomi dei santi “di cui celebriamo la memoria”; ma, dietro a tutte queste memorie, è la Chiesa ad essere il memoriale di Cristo. Da un punto di vista puramente naturale, la memoria è una facoltà ambigua. Così, il ricordare qualcuno che amiamo e che abbiamo perduto significa due cose. Da un lato la memoria è molto più che una semplice conoscenza del passato. Quando io ricordo mio defunto padre, io lo vedo: egli è presente nella mia memoria, non come una somma totale di tutto ciò che conosco di lui, bensì in tutta la sua realtà vivente. Tuttavia, d’altra parte, è proprio questa presenza che mi fa sentire acutamente che egli non è più qui, che mai più su questa terra toccherò quella mano che vedo così vividamente nella mia memoria. La memoria è così la più meravigliosa e nello stesso tempo la più tragica di tutte le facoltà umane, poiché nulla rivela meglio la natura spezzata della nostra vita, l’impossibilità per l’uomo di conservare realmente e di possedere davvero qualcosa in questo mondo. La memoria ci rivela che il “tempo e la morte regnano sulla terra”.
    Ma è appunto a causa di questa funzione unicamente umana della memoria, che i Cristiani si concentrano su di essa, poiché essa consiste in primo luogo nel far memoria di un Uomo, di un Evento, di una Notte, nella cui profondità e oscurità ci venne detto: “...fate questo in memoria di me”. Ed ecco, il miracolo si realizza! Noi facciamo memoria di Lui ed Egli è qui: non come un’immagine nostalgica del passato, non come un triste “non più”, ma con tale intensità di presenza, che la Chiesa può eternamente ripetere le parole dei discepoli di Emmaus: “Non bruciavano i nostri cuori nel petto...?” (Luca 24, 32).
    La memoria naturale è in primo luogo la “presenza di un assente”, cosi che quanto più colui che ricordiamo è presente, tanto più acuta è la sofferenza per la sua assenza. Ma, nel Cristo, la memoria è diventata di nuovo la facoltà di ricomporre il tempo spezzato dal peccato e dalla morte, dall’odio e dall’oblio. Ed è questa memoria nuova in quanto potere superiore sul tempo e sulla sua frantumazione, che si trova al centro della celebrazione liturgica, dell’oggi liturgico. Certo, non c’è dubbio, la Vergine non dà alla luce oggi; nessuno, attualmente, sta di fronte a Pilato; ed in quanto fatti, questi eventi appartengono al passato. Ma oggi noi possiamo far memoria di questi fatti e la Chiesa è in primo luogo il dono e il potere di questa memoria che trasforma i fatti del passato in eventi di una portata eterna.
    La celebrazione liturgica è così un ri-entrare della Chiesa nell’evento e ciò non significa soltanto la sua “idea”, ma la sua gioia o la sua tristezza, la sua vita e la sua concreta realtà. Una cosa è il sapere che con il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” il Cristo crocifisso manifestò la sua “kenosis” e la sua umiltà. Ma è una cosa del tutto diversa celebrarlo ogni anno in quel Venerdì unico in cui, nel quale senza cercar di razionalizzare, sappiamo con assoluta certezza che queste parole, proferite una volta per tutte, rimangono eternamente reali così che nessuna vittoria, nessuna gloria, nessuna “sintesi” potranno mai cancellarle. Una cosa è spiegare che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale” (cfr. il Tropario del giorno): una cosa ben diversa è celebrare giorno dopo giorno, per un’intera settimana, questo lento approssimarsi dell’incontro tra la vita e la morte, il divenire parte di esso, il vedere con i nostri stessi occhi e il sentire con tutto il nostro essere ciò che comportano le parole di Giovanni: “Egli gemeva nel suo spirito, era turbato e... piangeva” (Giovanni 11, 33-35).
    Per noi e a noi tutto ciò accade oggi. Noi non eravamo lì a Betania, presso la tomba, con le sorelle di Lazzaro che gridavano in pianto. L’Evangelo ce ne dà solamente conoscenza. Ma nella celebrazione della Chiesa, oggi, accade che un fatto storico divenga un evento per noi, per me, un effetto nella mia vita, una memoria, una gioia. La teologia non può spingersi oltre l’-idea-. E dal punto di vista dell’idea, abbiamo forse bisogno di questi cinque lunghi giorni, quando è sufficiente dire che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale”? Ma il punto sta proprio qui: che in sé e per sé questa affermazione non conferma niente. La vera “conferma” viene dalla celebrazione, e precisamente da quei cinque giorni durante i quali noi siamo testimoni dell’inizio di questa lotta mortale fra la vita e la morte e cominciamo non solo a capire quanto a essere testimoni del Cristo che sta andando a mettere a morte la morte. La risurrezione di Lazzaro, la meravigliosa celebrazione di questo sabato unico, è al di là della Quaresima. Il venerdì che lo precede cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...” e, in termini liturgici, il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme sono il preludio della croce. Ma l’ultima settimana di Quaresima, che è una continua pre-celebrazione di questi giorni, è la rivelazione definitiva del significato della Quaresima.
    Abbiamo più volte detto che la Quaresima è la preparazione alla Pasqua; in realtà, però, nella comune esperienza, che per noi ora è divenuta ormai tradizionale, questa preparazione rimane astratta ed è tale solo di nome. La Quaresima e la Pasqua sono poste l’una accanto all’altra, ma senza una reale comprensione del loro legame e della loro interdipendenza. Anche se la Quaresima non è intesa come il periodo dell’adempimento della Confessione e della Comunione annuale, è di solito pensata in termini di sforzo individuale, anche solo così essa resta incentrata su se stessa. In altre parole, ciò che sembra virtualmente assente dalla nostra esperienza quaresimale è quello sforzo fisico e spirituale finalizzato alla nostra partecipazione all’oggi della Risurrezione del Cristo; non una moralità astratta, né un progresso morale, non un maggior controllo delle passioni e neppure un perfezionamento personale, bensì la partecipazione all’oggi ultimo e totale del Cristo che tutto abbraccia. Una spiritualità cristiana che non mirasse a questo rischierebbe di diventare pseudo-cristiana, poiché, in ultima analisi, sarebbe motivata dall’“io” e non da Cristo. Vi è il pericolo che, una volta purificata la dimora del cuore, fatta pulita e liberata dal demonio che l’abitava, essa resti vuota e il demonio vi ritorni “prendendo con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed essi entrino e vi alloggino e la condizione finale di quell’uomo diventi peggiore della prima” (Luca 11, 26). In questo mondo ogni cosa, ed anche la “spiritualità” può essere demoniaca. Pertanto è molto importante recuperare il significato ed il ritorno della Quaresima quale autentica preparazione al grande oggi di Pasqua.
    Abbiamo visto ora che la Quaresima è divisa in due parti. Prima della Domenica della Croce la Chiesa ci invita a concentrare la nostra attenzione su noi stessi, a lottare contro la carne e le passioni, contro il male e tutti gli altri peccati. Ma, pur facendo questo, siamo costantemente esortati a guardare avanti, a misurare e a motivare il nostro sforzo con “qualcosa di meglio”, preparato per noi. Poi, a partire dalla Domenica della Croce, subentra il mistero della sofferenza di Cristo, della sua croce e della sua morte, che diventa il centro della celebrazione quaresimale. Essa diventa la “salita a Gerusalemme”. Infine, durante quest’ultima settimana di preparazione, la celebrazione del mistero ha inizio. Lo sforzo quaresimale ci ha resi capaci di allontanare tutto ciò che abitualmente e continuamente oscura in maniera consistente l’oggetto centrale della nostra fede, della nostra speranza e della nostra gioia. Il tempo stesso, per così dire, arriva ad un termine. Esso è ora misurato non in base alle nostre solite preoccupazioni ed affanni, ma da ciò che avviene sulla via che porta a Betania e poi a Gerusalemme. E, una volta di più, tutto questo non è retorica. Per colui che ha gustato la vera vita liturgica, fosse pure una sola volta e anche in modo imperfetto, vien quasi da sé che, a partire dal momento in cui udiamo: “Gioisci, o Betania, dimora di Lazzaro...” e poi: “Domani il Cristo viene...”, il mondo esterno diventi un po’ irreale e si provi quasi fatica a piegarsi alla necessità del contatto quotidiano con esso. La “realtà” è ciò che avviene nella Chiesa, in quella celebrazione che giorno dopo giorno ci fa capire che cosa significhi attendere e perché il Cristianesimo sia, prima di tutto, attesa e preparazione. Così, quando arriva quel venerdì sera e noi cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...”, non abbiamo semplicemente adempiuto a un “obbligo” cristiano annuale; siamo pronti a far nostre le parole che canteremo il giorno seguente:
    “In Lazzaro, il Cristo già ti distrugge, o Morte! E dov’è, o Inferno, la tua vittoria...?”. 


da A. Schmemann, “The great Lent”, St. Vladimir’s Seminary Press 1974, 79-85 trad. A. S.
In “Messaggero Ortodosso”, Roma, aprile-maggio 1986, nn. 4-5, pp. 4-11.

lunedì 3 aprile 2017

Sant’Atanasio dei Greci
chiesa cattolica di rito greco bizantino
Via del Babuino, Roma
Grande e Santa Settimana 
2017


9 aprile,
domenica delle Palme
       ore 18,30
Ufficio del Nymfios.
10 aprile, 
lunedì Santo
        ore 18,45
Liturgia dei Presantificati.
11 aprile,
martedì Santo
ore 18,45
Liturgia dei Presantificati.
12 aprile,
mercoledì Santo
ore 18,45
Liturgia dei Presantificati.
13 aprile,
giovedì Santo
ore 10,00
Esperinos e Divina Liturgia di S. Basilio

ore 18,00
Ufficio della Passione (Lettura dei 12 Vangeli)
14 aprile, 
venerdì Santo
ore 10,00
Ora Nona-Esperinos, Deposizione dalla Croce

ore 18,00
Epitafios thrinos - Enkomia, Processione
15 aprile, 
sabato Santo
ore 10,00
Esperinos, Liturgia di S. Basilio

 GRANDE E SANTA DOMENICA DI PASQUA


ore 23,00
Mesoniktikon, Anastasis-Annunzio della Resurrezione, Orthros, Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo
16 aprile,
Domenica di Pasqua
ore 10,30
Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo

ore 19,00
Esperinos Proclamazione dell'Evangelo in varie lingue

Inno pasquale
Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν, θανάτω θάνατον πατήσας, καὶ τοὶς ἐν τοῖς μνήμασι, ζωὴν χαρισάμενος.
Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte, a coloro che giacevano nei sepolcri ha ridato la vita.


venerdì 31 marzo 2017

L'INNO AKATHISTOS

CHE COS'E'
L'inno Akáthistos è il più antico inno in onore della Madre di Dio (Theotokos) e ha influenzato enormemente l'iconografia bizantina: molte icone, infatti, illustrano i suoi versetti. Quasi tutti i monasteri e le Chiese bizantine e slave riproducono scene dell'Akáthistos sulle pareti degli edifici sacri, sui paramenti, sugli oggetti liturgici, o come cornice alle più celebri icone. Questa composizione ha esercitato anche un profondo influsso sulla nostra tradizione medioevale, grazie alla versione latina che risale all'anno 800.
L'Akáthistos è un inno liturgico del secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti. Esso non fu composto per una festa mariana, ma probabilmente per celebrare il sublime mistero della Madre di Dio patrona di Costantinopoli nel suo santuario di Blacheme, fatto edificare dall’imperatrice Pulcheria (450­453) quale segno e pegno della celeste protezione della Vergine sulla Città e sull’Impero.

 L'AUTORE 
Non si conosce l''autore dell'Inno Akáthistos, perché rimasto anonimo. Molti studiosi pensano che esso sia opera di Romano il Melode (491­518) che lo compose per ringraziare la Vergine di aver liberato Costantinopoli da un’irruzione di barbari. Altri lo attribuiscono a Basilio di Seleucia, profondo teologo ed elegante scrittore, conoscitore delle tradizioni alessandrina, antiochena e siriaca, uno dei Padri più influenti del Concilio di Calcedonia (451).

IL TITOLO
L'Inno non ha un titolo, perché la parola Akáthistos in greco vuol dire semplicemente "non seduto": nel recitarlo i fedeli devono stare in piedi. "Akathistos" non è, quindi, il titolo originario, ma una disposizione della Chiesa che ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", così come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio. 

LA COMPOSIZIONE 
Consta di 24 strofe ed è cantato ufficialmente in periodi dell’anno diversi a seconda del tipo di chiesa ortodossa, così come differenti sono le preghiere che inframmezzano l’inno (una versione – slava – è scritta in corsivo) in particolari ricorrenze. Ufficiosamente i fedeli lo recitano molto spesso, anche tutti i giorni, ottenendo indulgenze. Composto per il canto in raffinatissima metrica greca, l’Inno è intraducibile. I 24 quadri sono divisi in due parti di 12 quadri ciascuna: 
1. LITURGICO ­NARRATIVA sezione cristocentrica ( 6 quadri) sezione ecclesiocentrica ( 6 quadri) 2. DOGMATICA sezione cristocentrica (6 quadri) sezione ecclesiocentrica ( 6 quadri) QUADRI DISPARI si ampliano con 12 salutazioni mariane. 

IMPORTANZA LITURGICA
La Chiesa bizantina ha dedicato a quest'Inno una memoria liturgica il 5°sabato di quaresima, "sabato dell'Akáthistos", e ne canta una sezione in ogni precedente sabato di quaresima. Ma monaci, sacerdoti e fedeli lo recitano in molte occasioni, anche ogni giorno, perché, assaporandone la bellezza e la ricchezza spirituale, lo riconoscono come l'espressione più alta della loro dottrina e pietà verso la santissima Madre di Dio. 

VALORE TEOLOGICO 
L'Akáthistos è una composizione davvero ispirata, che contempla la Vergine­Madre nel progetto storico­salvifico di Dio dalla creazione all'ultimo compimento, unendola indissolubilmente a Cristo ed alla Chiesa, quale Madre del Verbo e Sposa immacolata dello Sposo divino. L'Inno armonizza il dettato cristologico e quello mariano, subordinando sapientemente la Madre al Figlio, la lode mariana alla glorificazione divina. Esso attinge, secondo la metodologia liturgica orientale, i contenuti e la loro espressione sia dalle immagini del creato, che manifestano il Creatore, sia dagli episodi, preannunci e figure dell’Antico Testamento, che hanno preparato l’avvento del Salvatore; ma soprattutto dalla fede professata e celebrata dalla Chiesa: professata nei concili di Nicea (325), Efeso (431) e Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; celebrata soprattutto nel ciclo del Natale orientato alla Pasqua, che esso fedelmente segue e interpreta. L’Akáthistosdunque canta il mistero della Vergine­Madre nel mistero di Cristo e della Chiesa, e l’evento dell’Incarnazione e del Natale nella luce della Pasqua del Redentore e dei redenti. Per questo l’autore lo ha intenzionalmente architettato sui numeri simbolici che rappresentano il Cristo e la Chiesa: il numero 2, che indica le due nature del Figlio — la divina e l’umana — convergenti nell’unica persona del Verbo; e il numero 12, che rivela la Gerusalemme celeste descritta nell’Apocalisse quale Sposa dell’Agnello, risplendente della gloria divina (Ap. 19 e 21). Da questa visione l’inno desume gli efimni: «Ave, Vergine e Sposa» e «Alleluia», presentando già compiuto in Maria ciò che la Chiesa tutta desidera e spera di essere. 

RIPRESO DAL SITO : http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=print&sid=210

giovedì 30 marzo 2017

ESTRATTO DAL GRANDE CANONE PENITENZIALE DI SANT'ANDREA DI CRETA



PRIMA ODE
Irmòs
M’ha soccorso il Signore e protetto, m’ha salvato.
Egli è il mio Dio. La sua lode proclamerò.
Dei nostri padri è il Dio, l’esalterò
poiché la sua gloria rende manifesta. (due volte)
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

Tropari
1. Su quale gesto di mia vita
darò inizio al pianto?
Quali note scriverò a preludio
di questo mio lamento?
Nella tua misericordia, o Cristo,
dei miei peccati dammi il perdono.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

2. Anima mia, col tuo corpo vieni
a glorificare il Creatore d’ogni cosa.
La saggezza ritrova e a Dio presenta
lacrime di pentimento.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

10. O mio Creatore, quale vasaio
che docile argilla plasma,
carne e ossa, alito e vita mi donasti.
Signore che mi creasti,
mio Giudice e mio Salvatore,
a te oggi riconducimi.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

12. Peccai, mio Salvatore,
eppure so che l’uomo ami.
Per tenero amore tu ci colpisci
e con ardore di fiamma brucia la tua misericordia.
Le mie lacrime vedi e a me affrettati
come il Padre che tra le braccia
il figlio dissoluto accoglie.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.


13. Fin dalla mia giovinezza
i tuoi comandamenti disprezzai,
o mio Salvatore,
e i giorni di mia vita dipanai
tra passioni e dissoluta incoscienza.
A te il mio grido innalzo:
salvami, prima che morte giunga.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

14. Sulla soglia della tua casa giaccio,
o mio Salvatore.
Anche se vento di deserto sono
non gettarmi nell’inferno
al termine dei miei giorni,
ma prima che morte mi ghermisca
i miei peccati perdona,
o amico degli uomini.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

15. Le ricchezze dell’anima mia
nel vuoto senza fondo dissipai.
Frutti di buon volere non posseggo
e la fame mi attorciglia le viscere.
Io grido: Vieni, Padre di tenerezza
e nella tua misericordia abbracciami.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

18. Agnello di Dio
che del peccato del mondo ti carichi
il greve peso del mio peccato
togli dalle mie spalle
e nel tuo grande amore
avvolgimi nel tuo perdono.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

19. Ai tuoi piedi mi getto, Gesù,
contro il tuo amore ho peccato.
Liberami da questo troppo greve peso
e nella tua misericordia accoglimi.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

20. È tempo di pentimento e a te vengo.
Liberami dal greve peso dei miei peccati e fammi dono,
nel tuo tenero amore, di lacrime di pentimento.

Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito ed ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amìn.

Trinità sovraessenziale, nell’Unità t’adoro,
liberami dal greve peso del mio peccato
e fammi dono, nella tua misericordia,
di lacrime di pentimento.



SECONDA ODE
Irmòs
Ascolta la mia voce, o cielo, parlerò,
canterò di Cristo
che dalla Vergine prese carne
per venire a noi.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

Tropari
1. Ascolta, cielo, la mia voce.
Ascoltami, o terra;
Dio a sé mi riconduce,
lo voglio celebrare.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

2. Nella tua compassione, Dio mio,
rivolgi a me gli occhi del tuo amore,
ricevi la mia confessione di fuoco.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

3. Più d’ogni altro peccatore
contro te solo peccai, Signore.
E tuttavia nella tua compassione accoglimi,
poiché tua creatura sono,
mio Salvatore.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

4. La bruttura delle passioni
dissimulai sotto l’ardore del piacere,
e la bellezza devastai dell’anima mia.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

5. La tempesta delle passioni m’assale.
Tendimi la mano, Signore,
come un giorno a Pietro sulle onde.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

6. La tunica della mia carne gettai nel fango
e la tua immagine e somiglianza
imbrattai, mio Salvatore.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

7. A brandelli feci la mia tunica di bellezza
dal mio stesso creatore tessuta
e ora nudo mi ritrovo.
Con sfilacciati stracci
la volli sostituire,
opera del serpente seduttore,
e ora di vergogna sono ricoperto.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.
8. Pure io le lacrime della prostituta
o Compassionevole ti offro.
Nella tua misericordia perdonami, tu che salvi.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

11. M’ha il peccato rivestito
di tuniche di pelle.
Dopo avermi di dosso strappato
la tunica tessuta da Dio.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

13. La mia vita a idolatriche passioni abbandonata
m’ha rivestito di un mantello insanguinato.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

17. Solo per l’apparente bellezza ebbi occhi,
e il santuario interiore trascurai costruito da Dio.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

18. Le passioni in me travolsero
la bellezza della primitiva immagine.
Ma tu la dramma perduta
cerchi e ritrovi, o mio Salvatore.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

19. Come la prostituta grido a te: ho peccato,
contro te solo ho peccato.
Le mie lacrime accogli, mio Salvatore,
come il profumo accettasti della peccatrice.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

20. "Perdonami" a te grido come il pubblicano.
Perdonami, Salvatore, poiché tra i figli di Adamo
come me nessuno ha peccato.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

24. Non chiudermi la porta, Signore,
al mio pentimento aprila.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

25. Al mio spirito gemente presta ascolto
e al mio cuore che languisce;
accogli le mie lacrime
e salvami, mio Salvatore.
Misericordia di me, o Dio, misericordia di me.

26. L’uomo ami
e salvezza di tutti tu vuoi.
Nella tua bontà chiamami,
nella tua bontà accoglimi,
delle mie colpe mi pento.

Gloria al Padre e al Figlio e al Santo Spirito ed ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amìn.
Glorifichiamo insieme al Figlio il Padre,
e lo Spirito Santissimo,
pari a loro in potenza.

Il testo integrale del Grande Canone e il suo commento sono reperibili in O. Clément, Il canto delle lacrime. Saggio sul pentimento, Àncora, Milano 2002.

lunedì 27 marzo 2017

ESTRATTO DAL TESTO DI GIOVANNI CLIMACO "La scala del Paradiso"


Ognuno viva di preghiere nella propria condizione.
193. Osserviamo che il nostro Re, Iddio sommamente buono, si comporta come i re della terra che sono soliti elargire ai loro soldati i loro benefici direttamente e talora indirettamente, attraverso persone fidate o attraverso i loro domestici. Dio lo fa elargendo i suoi doni secondo l'abito di umiltà di cui siamo rivestiti. Inoltre Egli ha in abominazione chi prega accettando i pensieri impuri che gli passano per la mente, voltandogli le spalle come un cortigiano che stando alla presenza del re terreno si rigirasse per parlare con i nemici del suo signore. Hai un'arma per scacciare da te il cane che ti si avvicina sfrontatamente, dagli addosso ogni volta che ti tenta, non cedergli mai. Domanda con animo compunto, cerca il Signore nell'ubbidienza, picchia alla porta senza mai perderti d'animo, perché sta scritto: «Chi domanda riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto».
Guardati dal pregare troppo per una donna, come talora si dà il caso; correresti il rischio di essere depredato dagli astuti tuoi avversari. Non passare in rassegna i consuntivi della tua attività pertinente al corpo per non diventare insidiatore dite stesso. In tempo di preghiera non è davvero il caso di esaminare come vanno condotte le attività pur necessarie e anche spirituali, che ti sottrarrebbero quel che più vale. Non cadrà mai chi si sia appoggiato sempre al bastone dell'orazione. Seppure dovesse inciampare non cadrebbe, o non resterebbe a terra; poiché la preghiera ha un potere pio ma assoluto sul cuore di Dio. E di tale utilità per noi, che i demoni ce la vogliono impedire al momento della sinassi. Segno di tale utilità è anche il frutto che matura in noi con la sconfitta del nostro avversario, come canta il Salmista: «Io conobbi davvero quanto bene mi volessi dal fatto che in tempo di guerra non permettesti che il nemico ridesse alle mie spalle; perciò gridai a Te con tutto il cuore, corpo-anima-spirito, perché dove si trovano uniti due di questi minimi elementi là c'è Dio in mezzo ad essi».
Non tutti hanno le medesime doti, né secondo il corpo né secondo lo spirito. Per alcuni va bene la preghiera più breve, per altri è buona quella più lunga della salmodia. C'è chi confessa d'essere ancora prigioniero del suo corpo, e c'è chi dice di lottare nell'ignoranza dello spirito; ma se tu invocherai comunque il nostro Re contro i suoi nemici che ti assalgono da ogni parte, abbi fiducia; non dovrai poi far gran fatica nel respingerli, perché essi stessi spontaneamente si allontaneranno ben presto: gli empi infatti non vorranno assistere alla vittoria che su di essi sicuramente riporterai per via della preghiera; anzi se la daranno a gambe come fustigati dalla sferza della tua fervorosa orazione. Tu raccogli tutte le tue forze, e Dio penserà a insegnarti come pregare.
Non possiamo imparare a ben pregare in altra scuola che in quella della stessa orazione che ha per maestro lo Stesso Dio [...] Dio, che «insegna all'uomo la scienza», è il solo che possa insegnare la preghiera; ed elargendola a chi prega, benedice gli anni del giusto.

Ἰωάννης τῆς Κλίμακος
Estratto dal testo "La scala del Paradiso", Ed. Città Nuova, pg. 1137D-1140C.